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Sito ufficiale Parco Archeologico dell'Appia Antica

Il 6 giugno 1998 viene emanato il decreto di dichiarazione dell’interesse archeologico particolarmente importante del sepolcro a torre tradizionalmente noto come tomba di Geta.

Il monumento sorge al secondo miglio della via Appia Antica, poco oltre l’attraversamento del fiume Almone. Se ne conserva solo il nucleo in opera cementizia, con le ammorsature della originaria decorazione marmorea, spoliata in epoca non precisabile.

Il primo studio del sepolcro si deve al Canina, che lo attribuisce all’imperatore Geta sulla base di un passo di Spaziano, secondo il quale la tomba, situata sulla destra della via per chi si dirigeva verso la porta, doveva avere un aspetto simile al Settizonio sul Palatino, il ninfeo monumentale costruito da Settimo Severo, padre di Geta. Secondo la ricostruzione dello studioso, il monumento doveva presentare una struttura a corpi volumetrici sovrapposti, decrescenti verso l’alto. L’attribuzione ai Severi è ritenuta infondata dalla critica moderna (Tomassetti, Castagnoli).

Sulla sommità del monumento viene costruita, in età medievale o moderna, una casetta con tetto a quattro spioventi, restaurata nel corso del XIX secolo dalla famiglia Torlonia, proprietaria dell’immobile ancora agli inizi del XX secolo, quando viene ricavato, nel basamento del nucleo cementizio, un locale – cantina funzionale alla conservazione del vino della vicina osteria “dei Carrettieri”.

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Il 2 settembre 1986 viene notificato al Comune di Roma l’importante interesse archeologico dell’area funeraria presso il cavalcavia stradale di via Cilicia, lungo il I miglio della via Appia Antica.

I resti della necropoli sono stati indagati tra 1982 e 1986, nel corso di scavi preventivi per la costruzione del cavalcavia stesso.

Sono state identificate numerosissime sepolture, riconducibili a diverse fasi cronologiche e costruttive databili dall’età repubblicana all’età tardoantica.

All’età repubblicana appartengono anche i resti di un edificio monumentale in blocchi di tufo, interpretato come un luogo di culto per il ritrovamento di oggetti votivi.

Tra gli edifici rinvenuti, particolarmente significativo è un sepolcro in laterizio posto sul lato sinistro della via Appia e databile al III secolo d.C. Presenta un mosaico policromo a riquadri geometrici con gli emblemi delle quattro stagioni, scene di genere e, al centro, la rappresentazione del ratto di Proserpina.

In età tardoantica l’area è interessata da un totale cambiamento di destinazione d’uso, da funerario a commerciale e produttivo, con la creazione di taberne prospicienti la strada e di aree dedicate alla produzione.

Per approfondire: M.N. Pagliardi, M.G. Cecchini, Roma (Via Appia). Via Appia Antica I miglio: i ritrovamenti presso il Cavalcavia di via Cilicia, in Notizie degli Scavi di Antichità, serie 9, vol. XXIII – XXIV, 2012-2013 (2016), pp. 44-138.

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Il 2 maggio 1950 viene emanato il decreto di dichiarazione dell’importante interesse archeologico, ai sensi della Legge 1089 del 1939, del cosiddetto Ninfeo di Egeria alla Caffarella.

Il ninfeo, una suggestiva grotta artificiale posta in corrispondenza di una sorgente di acque oligo-minerali, è da secoli uno dei monumenti più famosi e visitati della campagna romana ed era già stato oggetto di una notifica ai sensi della Legge 364 del 1909, datata 19 ottobre 1909.

Erroneamente identificato, agli inizi del Cinquecento, con la grotta della ninfa Egeria, ricordata dalle fonti, è in realtà uno degli edifici pertinenti alla vasta proprietà, tra il II e il III miglio della via Appia, appartenente a Erode Attico, politico, letterato e filosofo di origine ateniese, venuto a Roma sotto Antonino Pio.

È uno dei tesori del parco della Caffarella, immerso in una natura senza tempo, gestito dal Parco Regionale dell’Appia Antica e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Per chi volesse approfondire, suggeriamo i lavori del collega Alessio De Cristofaro, disponibili sul web (Il Ninfeo di Egeria nella Valle della Caffarella a Roma: forma, funzione, cronologia in Orizzonti. Rassegna di Archeologia, XV, 2014, pp. 31-49, link: https://www.academia.edu/8948186/Il_Ninfeo_di_Egeria_nella_Valle_della_Caffarella_a_Roma_forma_funzione_cronologia_in_Orizzonti._Rassegna_di_Archeologia_XV_2014_pp._31-49; Baldassarre Peruzzi, Carlo V e la Ninfa Egeria: il riuso rinascimentale del Ninfeo di Egeria nella Valle della Caffarella, in Horti Hesperidum Studi di storia del collezionismo e della storiografia artistica, Roma 2013; link: https://www.vergaracaffarelli.it/styled-11/files/2013-a.de-cristofaro---il-ninfeo-di-egeria-nella-valle-della-caffarella.pdf).

Il I° giugno 1911 viene notificato al proprietario dell’epoca il provvedimento emanato dal Ministero della Istruzione Pubblica ai sensi della L. 364/1909 che decreta il Colombaio dei Servi e dei Liberti di Augusto esistente nella vigna segnata al civico n°27 dell’Appia Antica di importante interesse, sottoponendolo alle disposizioni contenute nella medesima legge.

Questa struttura funeraria, fondata sotto Augusto e situata tra il primo e il secondo miglio nell’area dell’ex vigna Vignolini, corrisponde oggi al numero civico 87 della via Appia Antica. Insieme al colombario dei liberti di Livia Augusta, oggi scomparso, il colombario dei Liberti di Augusto rappresenta un esempio di sepoltura tipica dell’età imperiale destinata ai servi e ai liberti imperiali, gli schiavi che grazie al loro buon comportamento erano affrancati dalla servitù, anche se avevano possibilità giuridiche limitate rispetto ai nati liberi.

Questo tipo tradizionale di sepoltura cittadina viene scoperta nella prima metà del ‘700 e presenta una particolarità: fa parte di quei pochissimi colombari collocati in superficie. Caratterizzato dalla uniformità delle file dei loculi, viene in questa fase affiancato da esempi più rappresentativi con decorazioni sontuose e spazi articolati.

Poco tempo dopo la sua scoperta questo colombario fu utilizzato come cantina: si può ancora vedere un antico torchio per l’uva poggiato a una parete. In seguito la struttura divenne parte integrante di un’osteria: il sito nel 1796 era già censito dallo Stato Pontificio come Hostaria del Colombario; alla fine del XIX secolo l’osteria fu menzionata su un interessante e particolare libro, la “Guida sentimentale alle Osterie d’Italia”. Attualmente del colombario dei Liberti di Augusto restano solo alcune strutture della camera centrale, nell’ambiente orientale sono visibili le file dei loculi nella parte posteriore, mentre della camera occidentale non è rimasto nulla. Anche l’apparato decorativo di questo edificio sepolcrale è andato perduto e non è stato possibile ricostruirlo dalle incisioni. I resti del colombario sono in parte inglobati in un edificio secentesco, che costituisce un ampliamento su tre piani, rappresentato nella metà del ‘700 nelle incisioni del Piranesi, e successivamente dal Canina. L’aspetto originario del colombario tramandato dal Piranesi (Le antichità romane tomo II contenente gli avanzi de’ monumenti sepolcrali di Roma e dell’Agro Romano, 1756) presenta in pianta tre camere comunicanti tra loro, con una doppia rampa di scale dalla quale si accedeva alle camere laterali sul lato posteriore dell’edificio, in posizione non visibile dalla via Appia Antica. In un’altra incisione del Piranesi appare la configurazione settecentesca del complesso, quando il colombario venne adibito ad osteria. Il Canina ricostruisce pianta, prospetto e sezione dell’edificio, coronando l’ambiente centrale con una sopraelevazione con frontone e copertura a spioventi, mentre le ali laterali sono con copertura piana. È verosimile quindi che la parte centrale dell’edificio sia stata in origine su due livelli, almeno fino al tempo del Piranesi, nelle cui incisioni risulta anche ben conservata. A sostegno di questa ipotesi anche le rampe di scale presenti sia nei disegni del Piranesi che del Canina. Nella ricostruzione del colombario di Giovan Battista Montano, disegno conservato al Sir John Soane’s Museum di Londra, la pianta è divisa in tre ambienti, con due vestiboli, uno sul prospetto principale e uno su quello posteriore che precede le rampe scale, in prospetto il vestibolo è suddiviso mediante semicolonne sormontate da frontone.


Roma, Complesso di Capo di Bove sull’Appia Antica
26 giugno – 26 settembre 2021

1957-1960: un breve arco di tempo in cui si dipana una storia poco nota ma straordinaria dell’arte del Novecento, che vede protagonista l’Appia Antica, narrata dalla voce ispirata di Emilio Villa, poeta e critico.
Questa la narrazione di Un Atlante di arte nuova. Emilio Villa e l’Appia Antica, la mostra allestita al complesso di Capo di Bove dal 26 giugno al 19 settembre e prorogata al 26 settembre 2021. Promossa dal Parco Archeologico dell’Appia Antica da un’idea della casa editrice Electa, l’esposizione è curata da Nunzio Giustozzi così come il volume (con contributi di Manuel Barrese, Andrea Cortellessa, Giorgia Gastaldon) che ripercorre le vicende di quei pochi ma cruciali anni formativi per autori destinati a dominare il panorama artistico italiano.
L’idea di una galleria in un cascinale al civico 20 dell’Appia Antica, all’epoca proprietà di Liana Sisti che ne divenne la direttrice, fu suggerita da Enrico Cervelli, un giovane pittore che aveva fissato lì il suo atelier. Nel novembre del 1957 agli studi d’artista si unì la galleria: una scelta forse topograficamente eccentrica, ma dettata con ogni probabilità dall’intuizione di rispondere alle esigenze della nuova abbiente borghesia romana che preferiva abitare quel paesaggio ameno, piuttosto che un centro storico ancora segnato dalla guerra.
L’indirizzo era condiviso dalla redazione di una nuova, sperimentale rivista d’arte contemporanea, edita da Liana Sisti e Mario Ricci, diretta da Emilio Villa (1914-2003), figura geniale e anomala nel panorama culturale italiano, e intitolata “Appia Antica. Atlante di Arte Nuova” che in quella sede durò per un solo rivoluzionario numero pubblicato nel luglio del 1959. Continuò, con una seconda uscita “internazionale”, aperta all’arte americana, nel gennaio del 1960 ‒ i fascicoli 3 e 4 del 1961 non furono mai dati alle stampe e i materiali relativi sono perduti ‒ sciolto ogni legame con la galleria che nel frattempo aveva cessato l’attività.
Il percorso espositivo, allestito da Massimo Curzi nel complesso di Capo di Bove, ha l’ambizione di ricostruire per la prima volta gli eventi espositivi del triennio 1957-1959 presso la galleria “Appia Antica” e di proporre per exempla l’opera di alcuni degli artisti italiani presenti nelle pagine della rivista concentrati nella riflessione sulla materia dell’opera d’arte e sul quadro che si fa oggetto.
In mostra opere d’arte, fotografie degli allestimenti storici e dei maestri, preziosi documenti ritrovati, testi critici.

Gli artisti: Agostino Bonalumi – Alberto Burri – Bruno Caraceni – Enrico Castellani – Enrico Cervelli – Nino Franchina – Taku Iwasaki – Lorri – Francesco Lo Savio – Renato Mambor – Edgardo Mannucci – Fabio Mauri – Nuvolo – Mimmo Rotella – Mario Schifano – Toti Scialoja – Cesare Tacchi – Giulio Turcato – Giuseppe Uncini – Arturo Vermi.

 

Complesso di Capo di Bove: ingresso da via Appia Antica 222. Aperto dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.00 con ultimo ingresso alle 18.30.
Come arrivare: Autobus linea 660 con fermata a pochi minuti a piedi dal sito. Il capolinea del bus è alla fermata della metro Linea A Arco di Travertino.
All'interno dell'edificio che ospita la mostra è consentito l'ingresso ad un massimo di 8 persone contemporaneamente.
Ingresso con La Mia Appia Card.