«Come la tela di Penelope»

di Rita Paris,
Eddyburg.it19 novembre 2009.

In questi giorni, nel corso di un intervento per la bonifica di parte della tenuta di S. Maria Nova, sull’Appia Antica, recentemente acquistata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, è tornato alla luce un lungo tratto di strada romana basolata. Si tratta, con ogni probabilità, di una strada che collegava la Via Appia con la Via Latina, lo fanno pensare l’andamento e altre parti del tracciato trovate in passato nelle vicinanze. La strada partiva dal quinto miglio dell’Appia, luogo sacro pieno di memorie, limite dell’ager romanus, con la grandi tombe a tumulo, riconosciute dalla tradizione degli Orazi e Curiazi, la struttura forse un ustrino, il grande Sepolcro a Piramide, la Villa dei Quintili.
La strada basolata si trova solo in parte nella nuova proprietà pubblica, dove sarà lasciata a vista, per il resto rimarrà obliterata sotto muri, recinzioni, villette, proprietà private che, fino a qualche tempo, fa erano solo campagna. Allora ci si ritrova disorientati con il gruppetto di esperti che lavora per l’Appia, come un unico corpo di fronte al fenomeno che ogni giorno questo territorio fa scoprire, nel bene e nel male, sempre in bilico tra i risultati raggiunti e l’abisso dei problemi.
Le scoperte a Roma non ci sorprendono, sono all’ordine del giorno ma sull’Appia il miracolo poteva ancora accadere, fino a 50 anni fa, ma anche fino a 20 anni, anche meno, ancora oggi potrebbe accadere. Perché i monumenti, la strada basolata e tutto il patrimonio che c’è sarebbero ancora recuperabili e potrebbero essere una risorsa eccezionale, unica al mondo, da mettere a disposizione di tutti.
Lascio la Villa dei Quintili al tramonto e, come sempre, mi sorprendo per la bellezza indescrivibile dei luoghi, per la luce rossa tra le grande arcate dei monumenti, per la quiete che riesce a ignorare il traffico intenso che passa accanto.
Come sempre mi domando: cosa si può fare, come si può salvare tutto questo e farlo godere a tutti. Non sono riusciti personaggi importanti, non è riuscito Antonio Cederna, non sarà possibile.
Ma almeno, mi dico, non dovrà passare sotto silenzio, almeno si deve tentare di comunicare cosa accade lì ogni giorno, quanto sia costoso un piccolo risultato, quanto sia disarmante muoversi tra ricorsi, cause perse, sentenze ingiuste, tentativi continui di aggressione del bene prezioso che è il territorio: di tutto questo non si può dare colpa ai privati che perseguono il proprio interesse individuale ma piuttosto assegnare le responsabilità alle amministrazioni pubbliche che non fanno, fanno finta di ignorare, lasciano correre, mostrando poco interesse. Tutti i problemi rimangono affastellati in un ufficietto che ha il compito della tutela e della valorizzazione archeologica di questo comprensorio, che non ha una connotazione particolare, che va avanti solo per l’impegno personale di chi vi lavora, troppo spesso incredulo di fronte agli accadimenti. Si deve lasciar correre e ratificare tutto quello che è stato fatto illecitamente, si deve ostinatamente riaffermare che si tratta dell’Appia antica, ci si deve convincere che lo stato di fatto è più forte di ogni ragione di salvarla, che forse stiamo esagerando?
Rivolgere a eddyburg queste riflessioni è un modo per comunicare con i suoi lettori, che, sicuramente, potranno comprendere, per sentirsi meno soli e dare spazio a un “osservatorio” sull’Appia che possa informare, rispondere, vigilare.
Altri, forse, avranno voglia di segnalare, di rispondere, di porre quesiti e sarebbe davvero un gran successo poter creare una piccola rete di consenso per l’Appia.
Intanto, per non dimenticare rileggiamo Cederna, quanto mai attuale, e troviamo qui la forza per andare avanti.
Chissà mai accada un miracolo!