«Tremila ettari di archeologia Nasce il parco dell’Appia Antica»

di Claudio Rendina,
La Repubblica, ed. Roma, 21 settembre 2014.

Il 21 settembre 1988 viene istituito il Parco Regionale dell’Appia Antica, in base alla legge numero 66 della Regione Lazio, relativa ad una estensione di 2.550 ettari, poi portati a 3.000 con la collaborazione dei comuni di Ciampino e Marino. Nel 2000 vengono annessi all’area altri 400 ettari. Una istituzione straordinaria che dà la garanzia di tutelare l’antica strada romana dalle mura urbane al suo congiungimento con la via Appia Nuova dopo il Gran Raccordo Anulare. Ma due anni dopo, nel 1990, l’architetto Vittoria Calzolari, professore dell’Università di Roma, sostenitore di una città ben regolata, nel libro La via Appia scrive:«Giunti al 1990 la situazione dell’Appia Antica è di gravità estrema: basti ricordare che non un solo metro quadro è davvero passato alla proprietà pubblica né è stato sistemato, oltre le aree archeologiche e il Parco Ardeatino, già possedute; l’unica legge — approvata ma non attuata — che dia qualche tutela e prospettiva di assetto del parco è la legge regionale del 1988. In questa situazione, come nei momenti più difficili della vicenda Appia Antica, è indispensabile un’azione rinnovata, concorde, decisa e propositiva delle forze culturali e in primo luogo del settore disciplinare più coinvolto nei destini dell’Appia Antica, quello dell’archeologia». Parole al vento, per quanto forti e determinate, perché non vengono ascoltate. La legge non ha originato una sistemazione del parco, al contrario di quanto esaltato nel 2008 nel libro Appia regina viarum da Angiolo Marroni, garante dei diritti dei detenuti del Lazio e primo firmatario, nel 1998, della legge regionale n. 66, che ha determinato l’istituzione; sostenuta nel 2009 anche da Guido Milana nel suo libro Progetti e prospettiva per il Parco dell’Appia Antica.
In ogni caso il parco esisteva, sviluppandosi subito dopo la Porta San Sebastiano fino all’VIII miglio dell’antica strada, a fronte di una serie di reperti archeologici prestigiosi. A cominciare dal Tempio di Marte, che risale al 388 a.C., per svilupparsi in una serie di tombe, tra le quali si distinguono quella di Geta e l’altra di Priscilla, fino alla chiesetta del Domine Quo Vadis, da dove inizia il lungo rettilineo col quale la strada volge verso i Colli Albani, all’altezza del II miglio, con le Catacombe di San Callisto e la basilica di San Sebastiano. Segue quindi la Villa di Massenzio, da dove è ben visibile, in cima ad una salita, la Tomba di Cecilia Metella, il monumento più famoso. Subito dopo ha inizio il lungo tratto dell’Appia “sistemato”, fino al IX miglio, da Luigi Canina, con i singolari “monumentini” costruiti dall’archeologo per conservare in loco frammenti architettonici, sculture e iscrizioni dispersi nei paraggi. All’altezza del V miglio è il sito delle Fossae Cluiliae, un fossato che avrebbe segnato il confine tra il territorio di Roma e Alba Longa e presso il quale sarebbe avvenuto il celebre combattimento tra gli Orazi e i Curiazi, ai quali la tradizione assegna due sepolcri. Poi, a sinistra, è la Villa dei Quintili e, immediatamente prima del VI miglio, il mausoleo di Casal Rotondo. E dopo l’VIII miglio la strada è ancora ricca di sepolcri perlopiù anonimi. Tutto questo archeologico splendore, a parte la trascuratezza in cui sopravvive, rischia ora di sparire, ovvero di non essere più un tesoro della città di Roma, ma di essere frammentato in proprietà private, a cominciare dalla vendita all’asta del Casale Quo Vadis, a causa della mancanza di fondi denunciata dall’archeologa Rita Paris.