«Il parco di carta»

di Giuseppe Di Stefano,
Corriere del Sera, ed. Roma, 19 novembre 2007.

Un parco di carta, un parco inesistente. Per Antonio Cederna, negli anni Sessanta, l’Appia Antica era un territorio in balia degli speculatori, che subiva l’aggressione del cemento, dove si consumava ogni sorta di abuso edilizio, continuamente al centro di indecenti progetti che venivano presentati nel silenzio delle istituzioni. Nel 1988 una legge regionale istituisce il Parco dell’Appia Antica e nel 1997 la zona viene inclusa tra le aree naturali protette. Ma non basta. Nonostante gli ultimi sequestri, la situazione è ancora piuttosto degradata. Il grido d’allarme parte, questa volta, da Paestum, dove si è conclusa ieri la decima edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico. «La realtà attuale – lamenta Rita Paris, direttore della Soprintendenza archeologica di Roma – ha superato ogni possibile immaginazione per la rovina e l’offesa al patrimonio archeologico, ambientale e paesaggistico del comprensorio dell’Appia, tra abusi vecchi e recenti, abusi macroscopici condonati, attività improprie impiantate in modo stabile, monumenti trasformati in alcove per la prostituzione che da sempre qui è stata di casa, la strada e le sue fasce con i monumenti invasi dal parcheggio di auto gratuito vicino all’aeroporto di Ciampino. Un suburbio residenziale al centro di interessi che allontanano ogni giorno di più ogni tentativo per la creazione di un vero Parco».
Un parco che diventa un arcipelago dentro il degrado, una porzione di territorio avulso dal contesto, mentre, come hanno sottolineato a Paestum i vari relatori (da Antonia Pasqua Recchia, direttore generale per l’innovazione tecnologica del ministero, a Giovanna Rita Bellini, direttore della Soprintendenza dei Beni archeologici del Lazio) serve una visione complessiva del paesaggio storico per assicurare il massimo della tutela.
L’Appia Antica sconta certamente il ritardo che nei decenni ha caratterizzato gli interventi di salvaguardia. Esistono numerosi vincoli archeologici «ma la maggior parte del territorio – insiste nella sua relazione Rita Paris – è di proprietà privata, compresi i monumenti che sono presenti in quasi tutte le ville, i casali, i ristoranti, i circoli sportivi. Rispetto alle previsioni del Piano Regolatore del 1965, si sono fatti enormi passi indietro, sia nel riconoscimento dell’interesse storico, archeologico, monumentale del comprensorio – ciò che non si è ancora vincolato con vincolo archeologico specifico non si riesce a vincolare o con enormi difficoltà, – sia nelle previsioni di acquisizione pubblica delle aree e dei monumenti».
«Il Parco Regionale e l’ente di gestione, nel quale non sono rappresentate le Soprintendenze e il ministero, da soli non bastano – prosegue la Paris – a garantire una corretta pianificazione e la gestione di una zona che contiene uno dei più ricchi patrimoni archeologici del mondo. Per assurdo, nelle norme del Piano d’assetto del Parco, i futuri scavi archeologici da parte della Soprintendenza di Stato dovrebbero essere sottoposti all’autorizzazione dell’ente di gestione ».
Non basta, dunque, salvare i «ruderi». Bisogna intervenire con più forza sul territorio. «Le altre istituzioni – dice ancora la Paris – alle quali sarebbe demandato il compito della tutela paesaggistica (Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici e per il paesaggio, Regione, Comune) si sono ad oggi limitate ad applicare le leggi nel senso peggiore per la tutela, senza conoscere il territorio, senza mai effettuare controlli, esprimendosi sulla compatibilità della singola situazione (la villa schermata dal verde o l’impianto sportivo o il vivaio) e perdendo completamente di vista la graduale, drammatica trasformazione che tali situazioni, moltiplicate per centinaia, migliaia di casi, avrebbe procurato». Che cosa fare? Per la Paris quattro i punti principali e più urgenti: acquisire al pubblico le aree e i monumenti più importanti; incrementare gli scavi e i restauri; creare un sistema complessivo di difesa del territorio. E infine, e non ultimo, limitare il traffico che attraversa il parco.