«La manutenzione e l’abitudine alla bellezza»

di Rosario Salamone,
Corriere della sera, ed. Roma, 07 marzo 2012 .

Succede sempre così, della bellezza in cui vivi te ne accorgi quando qualcuno te la vuole sottrarre. La questione è che a Roma la bellezza si è stratificata nel tempo con un provvidenziale disordine, tra demolizioni maldestre e sopravvivenze miracolose. Così il lascito architettonico e archeologico che ci sta davanti agli occhi, quello che funziona per il mondo come una calamita universale, ha, per certi versi, mitridatizzato i romani. L’ abitudine a ingerire quotidiane piccole dosi di bellezza sembra un che di dovuto, di naturale. Percepiamo la luce, l’ ombra delle piazze, echi materiali di tanta eternità, però la manutenzione, il decoro del patrimonio, sembrano usciti dalle cure quotidiane della politica e dei cittadini. La notizia dell’ avvio del restauro di un tratto dell’ Appia Antica è di quelle che bucano l’ aria come un jet che rompe il muro del suono. L’ idea lineare della salvaguardia di un patrimonio viario, con tutti i manufatti che ne fanno sponda, ha un valore aggiunto in sé. Significa rimettersi in cammino, come Città, come Paese. A piedi, con le salmerie essenziali del tempo di crisi che stiamo vivendo, fa sempre bene. Mettere bene i piedi in terra, nella città che ha insegnato a tutti l’ arte di costruire le strade, come disse Raymond Chevallier, osservando la forza dei basalti, le lastre di lava resistente e duratura, a cui si ispirarono gli ingegneri romani vedendo la colata che si spingeva fino a Capo di Bove. La bellezza sovrumana dei pini e dei cipressi, gli alberi «pizzuti» che svettano nell’ aria tanto quanto le loro radici perpendicolari che evitano di svellere le tombe, giù in basso (katà kumbas). Ottorino Respighi dedicò un poema sinfonico agli alberi così tipici del paesaggio della capitale, «I pini di Roma». In uno dei movimenti strinse un’ alleanza tra le ombre architettoniche di una catacomba e l’ ombra odorosa degli alberi, perché la Roma delle vie consolari è un mescolarsi continuo di presenze da vivere nella scenografia della bellezza e rimando storico assiduo. Da chi ha il compito istituzionale di tutelare opere e paesaggi, in questo caso Rita Paris, dobbiamo attenderci lavoro, coraggio e un certo gusto per l’ andare in controtendenza. Il senso dello Stato, l’ attaccamento alle istituzioni, si coltivano attraverso lo studio e la messa in cantiere di azioni volte a salvaguardare i beni della civiltà di cui siamo testimoni ed eredi. Se la casa di famiglia – la famiglia è la collettività – si sta coprendo di ortiche e le travi scricchiolano, occorre mettere mano al restauro, presto e bene. Work in progress. Lavori in corso: curare il passato è l’essenza del presente e del futuro.